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  • Immagine del redattoreValentina Marinaccio

Imprinting

Cercando la parola sul vocabolario si trovano le solite definizioni un po’ asettiche:

“particolare forma di apprendimento per esposizione” o “forma di eredità genetica per cui

alcuni geni sono condizionati da modificazioni avvenute in uno dei due gameti parentali”.


Questa parola l’avevo sentita nell’arco dei miei studi, delle mie letture, delle mie lezioni.

Eppure il significato che più mi ha colpito lo sentii la prima volta in una domenica uggiosa, in

preda ai miei pomeriggi sotto le coperte a guardare film.


La saga di twilight per l’esattezza.


E non me ne voglia il pubblico team-Edward ( perchè ovviamente io sono team-Jacob tutta la vita),

ma è stato proprio il mio lupo mannaro preferito a descrivere in modo quasi banale, ma così emotivamente chiaro il significato di un concetto a me sconosciuto, ma che avrei imparato a conoscere da lì a breve nell’arco delle mia vita professionale e non.


Nello specifico, nel film veniva descritto l’imprinting come “simile ad un colpo di fulmine”, ma diverso da esso innanzitutto perchè “è eterno e poi può avvenire con qualsiasi essere di qualsiasi età”; insomma, non come qualcosa di romantico; e soprattutto (scusate, ma arriva la mia parte preferita) definito come “ un istante in cui ci si rende conto di potersi trasformare in tutto ciò di cui quella persona ha bisogno”.


Diego è entrato nella mia stanza di Logopedia per la prima volta che era un mercoledì pomeriggio. Camminava deciso, un torello, con quei bellissimi occhioni, mano nella mano con la sua mamma.


Non una parola. Non un suono.


Mi guardava, ma non mi guardava veramente.


Ho provato, quella prima volta, ad interagire con lui cercando di sfruttare tutti i giochi possibili immaginabili che mi venivano in mente: macchinine, pupazzi, animaletti, forme.


Lui non stava fermo un secondo, tentava di sfuggire ai miei approcci per tornare tra le braccia di mamma ( che ci guardava nervosa seduta vicina alla porta della stanza) e ad un certo punto, limitando sempre più il suo spazio di azione, ho visto che provava interesse per un pupazzetto in modo particolare: un dinosauro.


Ho visto nei suoi occhi la luce, la scintilla di interesse e più rapida di lui ho afferrato quel dinosauro per costringerlo in qualche modo ad un approccio nei miei confronti: un’indicazione, un gesto, uno sguardo, un suono.

Niente.


Eppure lo voleva, lo desiderava così tanto.

Non ho detto una parola nemmeno io per qualche minuto.


Sono rimasta ferma, immobile, con quel dinosauro in mano, vicino al mio viso, aspettando la sua mossa.

Ed è stato lì, in quel momento, che il suo sguardo ha agganciato il mio: non per un secondo, non in modo sfuggente.

É stato un aggancio profondo, intenso.


I suoi occhioni hanno guardato dritto nei miei e hanno parlato: mi hanno chiesto aiuto, mi hanno gridato in tutte le lingue del mondo la frustrazione che stava provando nel non riuscire in nessun modo a chiedermi quel dannato dinosauro; lucidi, hanno iniziato a provare rabbia, tantissima, ma allo stesso tempo mi dicevano “io mi fido di te!”


Quello scambio di informazioni silenziose, sottili, tra me e lui , è durato qualche minuto.


Poi, la sua frustrazione ha preso il sopravvento ed è diventata rabbia; intento a scaraventare

ogni cosa trovasse nel suo percorso, si è diretto verso di me.


Ho sentito alle mie spalle Sonia sussultare , temendo che Diego nella sua reazione potesse

involontariamente farmi del male.


Non so descrivere con precisione come sia avvenuto, ma in un attimo ho stretto forte Diego

tra le mie braccia, nella sua rabbia più funesta, contenendolo con fermezza e dolcezza allo

stesso tempo.


Lui ha tentato per qualche secondo di liberarsi da quel contatto, ma poi ci siamo guardati di

nuovo negli occhi e... abbiamo avuto il nostro imprinting.


Ho sentito il suo corpo abbandonare totalmente la rabbia, la frustrazione, accogliere il mio abbraccio. Il suo sguardo perso nel mio. L’ho stretto forte a me, accarezzandogli la schiena e gli ho sussurrato ad un orecchio : “Lo so che sei arrabbiato perchè non riesci a comunicare con noi, ma io ti sto ascoltando, io ti vedo.”


E lui si è stretto a me, affondando il viso sul mio petto e tra i miei capelli e si è goduto quel

momento: ha persino sospirato, come se si sentisse davvero alleggerito di quel profondo peso.


Come se si fosse realmente sentito capito.


E in quell’abbraccio, in quel momento, in quello scambio di emozioni, di sensazioni e di fili

sottilissimi... ho capito: Diego aveva bisogno della migliore logopedista possibile per

superare le sue difficoltà e io sarei stata la migliore logopedista possibile per lui.


In quel momento ancora non sapevo, che per esserlo, sarei dovuta crescere con lui...

e imparare a memoria l’enciclopedia dei dinosauri.



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